VARCARE LA SOGLIA

9420“…Talvolta non riusciamo a capire ciò che ci manca e allo stesso tempo aneliamo a qualcosa…di misterioso.
Nelle fiabe, Cenerentola attende il principe, Geppetto desidera un figlio e Telemaco va alla ricerca di Ulisse,mentre il principe va alla ricerca del tesoro. Il Cercatore che è in noi ci stimola a cercare il nostro Graal, a scalare una montagna o navigare per mare, ad approfondire il sapere, a superare le frontiere, ad andare oltre l’ovvietà e la mediocrità. Quando si attiva l’archetipo del Cercatore,non possiamo più rimanere impigliati nella rete del conformismo perché il compito diventa la fedeltà ad una verità più profonda e allo stesso tempo più alta, che poco ha a che fare con le aspettative sociali e familiari. Perché dunque l’immagine della crisalide (umana)? Perché la trasformazione del bruco in farfalla rappresenta una trasformazione spirituale: la morte del livello fisico e della consapevolezza parziale dell’Io a vantaggio della psiche liberata. Infatti nelle civiltà antiche la farfalle rappresentava il simbolo della “psiche liberata”.
Dott. Marco Franceschini

IL PROBLEMA DELLA FEDE

Nella sua intervista con Laura Pozzo, Hillman ricorda che i Greci non erano obbligati a credere nei loro dèi. Non dicevano “Io credo in…”, un’affermazione introdotta dal Cristianesimo. Non avevano una teologia, ma una mitologia. E noi abbiamo bisogno di conoscere la nostra vita psichica non in modo teologico, ma in modo mitico. Quando qualcosa si manifestava (una voce, un’immagine, un sogno) gli rispondevano. Come si diceva, se Marybelle gli fa visita, un pagano le risponde. Un cristiano, invece, si chiede:  la visitatrice è divina o diabolica? E’ reale o è una mia fantasia? Credo a questa figura, e se ci credo, su cosa baso il mio credere? E così via. Ma tutto ciò altera il naturale rapporto con i fenomeni. Il solo fatto di credere, l’affermazione “Io credo”, soggettivizza il fenomeno stesso e viene fagocitato dall’Io. Credere, ci separa dall’immaginazione, dalla nostra realtà animale. Come se credendo si potesse rendere reale, vero e concreto qualcosa. Certo, se si ha abbastanza fede….Questo colloca la realtà in un Io che desidera – chi è, infatti, che crede? Chi afferma la realtà della voce, o di Dio, o di Marybelle? “IO”, naturalmente! Questo è un modo inaccettabile di procedere. Ed è anche fondamentalmente antireligioso, perchè incurante della realtà di ciò che esiste, della realtà psichica. D’altronde la fede potrebbe essere intesa come un modo non riflessivo di procedere.

Dott. Marco Franceschini

Riferimenti bibliografici: James Hillman, Il linguaggio della vita, interviste di Laura Pozzo, Rizzoli.

Angoscia come necessità.

maxresdefaultLa psicologia ha riconosciuto, chiamandolo angoscia, il Caos senza volto e senza nome, il movimento folle e atterrito che è nell’anima, e dandogli quel nome ha evocato direttamente la Dea, Ananke, da cui deriva la parola angoscia. Se davvero la parola angoscia appartiene ad Ananke, s’intende che non può essere padroneggiata dalla volontà razionale. Quando l’angoscia ci invade e ci assale, noi non possiamo fare altro che accoglierla come un vuoto (chaos) aperto nella continuità della ragione. Di conseguenza l’angoscia non sarebbe suscettibile all’analisi; si fa strada ineludibilmente finché non ne viene ammessa la necessità. Perché, allora, non considerare le esperienze di angoscia come un riflesso nelle profondità dell’essere umano dell’operare di Ananke? Non è possibile nessuna teoria razionale dell’angoscia.  Essa non ha altra ragione di essere che la sua intrinseca necessità. Le basi dell’angoscia risiedono nella necessità stessa.

Dott. Marco Franceschini (Tratto da J. Hillman, La vana fuga dagli dei)

L’IMMAGINE E’ PSICHE

Ermete Trismegisto‘E’ vero, è vero senza errore, è certo e verissimo. Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare il miracolo di una cosa sola’.Come tutte le cose sono sempre state e venute da Uno, così tutte le cose sono nate per adattamento di questa cosa unica. Il Sole ne è il padre, la Luna ne è la madre, il Vento l’ha portata nel suo ventre, la Terra è la sua nutrice. Il padre di tutto, il Telesma* di tutto il mondo è qui; la sua potenza è illimitata se viene convertita in Terra. Tu separerai la Terra dal Fuoco, il sottile dallo spesso, dolcemente con grande industria. E rimonta dalla Terra al Cielo, subito riscende in Terra, e raccoglie la forza delle cose superiori e inferiori.Tu avrai con questo mezzo tutta la gloria del mondo, e perciò ogni oscurità andrà lungi da te. E’ la forza forte di ogni forza, perché vincerà ogni cosa sottile e penetrerà ogni cosa solida.E’ in questo modo che il Mondo fu creato.Da questa sorgente usciranno innumerevoli adattamenti, il cui mezzo si trova qui indicato.E’ per questo motivo che io venni chiamato Ermete Trismegisto, perché possiedo le tre parti della filosofia del Mondo.Ciò che ho detto dell’Operazione del Sole è perfetto e completo.    (Tratto da: Tavola smeraldina di Ermete Trismegisto, cristiano di lingua araba. Nella tavola  vengono riassunti i principi di base dell’ermetismo che caratterizzava l’Egitto greco-romano in epoca tarda,  del VII sec.)

Secondo il Prof. A. Damasio, professore di Neuroscienze e Neurologia, University of Southern California e Iowa: ‘Non c’è una raffigurazione dell’oggetto che venga trasferita dall’oggetto alla retina e dalla retina al cervello. C’è piuttosto un insieme di corrispondenze tra le caratteristiche fisiche dell’oggetto e le modalità di reazione dell’organismo in base alle quali si costruisce un’immagine generata internamente’. Qui Damasio  (senza rendersene conto) sta confermando l’enunciato di Ermete Trismegisto, ‘cosi’ dentro cosi’ fuori, cosi’ in alto cosi’ in basso’, ma non solo. Sta altresì confermando la tesi della psicoanalisi analitica junghiana e le affermazioni dei padri della fisica quantistica (Pauli, Bohr, ecc) e degli antichi alchimisti, delle filosofie orientali e sufista. In altre parole conferma il concetto di Unus Mundus. Sempre il neuroscienziato afferma che:‘L’immagine che voi ed io vediamo nella nostra mente, quindi, non sono una copia esatta del particolare oggetto, sono piuttosto immagini delle interazioni tra noi e un oggetto che ha impegnato il nostro organismo, costruite in forme di configurazioni neurali secondo la struttura dell’organismo’ (anima e corpo). Allora, tradotto secondo una lettura archetipica: un immagine non è ciò che si vede ma il modo in cui si vede’. L’immagine è data dalla prospettiva immaginativa.(Casey). Quindi l’immagine non è qualcosa che si vede ma è come un modo di vedere. L’immagine rappresenta l’interfaccia tra noi e l’ambiente.                                                               A livello psico-fisico, l’immagine rappresenta il risultato della proiezione che noi facciamo sulla materia. (Dott. Marco Franceschini)

 

Cos’è la bellezza?

-sguardi-2-34605Nasciamo con a disposizione un’energia come dote da spendere nella vita, dove questa energia si chiama libido, che non è solo come la intendeva Freud, (libido sessuale), ma come ha dimostrato Jung è energia psichica che può assumere diverse forme, a diversi livelli, anche sessuale. Ora, nell’osservare “sua maestà il corpo” ci accorgiamo che è strutturato in modo tale da avere una supremazia sull’ambiente se non altro perché può manipolarlo. Il pollice opponibile ne è una dimostrazione.  Quindi scopo  e  fine della vita è quello di “spendere” questa libido oggettuale che trova il proprio piacere nell’altro, nell’oggetto; il mondo in quanto corpo? D’altronde se si nasce attraverso un corpo che si sviluppa, un corpo che ha senso solo in quanto in relazione con il mondo, allora dal momento che il corpo è la sede dei sensi, allora la libido porta con sé il piacere e il mondo afroditico dei sensi. Ma Afrodite è considerata la dea alchemica, quindi il principio della trasformazione oltre che dea dell’amore e della bellezza. “Aurea fu l’aggettivo spesso utilizzato dai greci per descrivere Afrodite e per loro Aurea voleva dire bella”[1]. Non a caso Plotino ha attribuito a Platone l’idea che l’Anima è sempre una “Afrodite”. Allora, nelle parole di Hillman: “Immagineremo che questa pulsione libidica, che percorre tutto l’opus del fare anima e il suo amore crescente, abbia come meta una resurrezione nella bellezza e nel piacere”[2]. Rispetto alla libido, ritengo utile sottolineare che secondo Jung: “La libido ha un carattere archetipico. E questo equivale a dire che la libido non proviene mai dall’inconscio in uno stato informe, ma sempre in immagini”[3]. Ma dipende da ognuno di noi saper cogliere la bellezza e il piacere. Tra l’altro la bellezza potrebbe essere considerata come l’oggettivazione del piacere. Vedere la bellezza in ogni sua modalità, dipende da come noi vediamo. Se vediamo con la ragione difficilmente potremmo cogliere questa bellezza, viceversa se ci poniamo con il cuore e con il desiderio, allora entriamo in sintonia con il cosmo con il “Qi” in un autentico rapporto-oggettuale, dove Eros e Psiche potrebbero essere degni rappresentanti. E’ auspicabile quindi saper riconoscere la bellezza nella nostra individualità, nel nostro corpo, ma non nel senso comune del termine, dove la bellezza viene letteralizzata, dove diventa fisica. La bellezza non è mai fisica di per se! Semmai la si può intendere come un piacere che si sostanzializza attraverso l’oggetto; in questo senso la bellezza non può prescindere dalla relazione oggettuale.   Potrebbe la bellezza corrispondere alla materializzazione del piacere? Perché no?          Moltissime persone non accettano il loro corpo così com’è, probabilmente perché letteralizzano il significato della bellezza, per cui si appesantisce la forma materiale della sua stessa fisicità; guardiamoci bene dal fisico nel materiale! Forse bisognerebbe immaginare di più con i sensi, con il piacere, altrimenti non si può dare bellezza. Vediamo la bellezza in un oggetto qualsiasi quando, ancora prima lo abbiamo immaginato con il piacere, col cuore. Esiste una madre che non vede il proprio neo-nato bellissimo? Tornando alla bellezza  ed al fatto che molte persone non “si piacciono”, è probabile che tale difficoltà possa essere rintracciata in due fattori intimamente legati l’uno all’altro: il primo, come già accennato, potrebbe dipendere dalla prospettiva letteralizzante, cioè dal fatto che proiettiamo massicciamente l’idea o l’immagine della bellezza nel fisico, in altre parole ci aspettiamo di trovare la bellezza nel fisico senza neppure immaginare l’oggetto; ma se manca il piacere di immaginare non ci può essere bellezza. Secondo,  la società propone oramai modelli di bellezza con dei parametri che difficilmente possono essere riscontrati sul proprio corpo. Risultato: non ci piacciamo, così rincorriamo i più svariati rimedi che vanno dalla dieta, alla palestra, dal chirurgo estetico al personal trainer e così via. E siccome è tutto un autoinganno, si continuerà ad essere infelici perché ci si  sente traditi dal proprio corpo. In realtà, l’infelicità che segue le diete, il chirurgo plastico, l’iniezione di bodulino, ecc, deriva dal fatto che più continuiamo a essere ciechi nei confronti dell’anima, della nostra vera natura più ci dovremmo aspettare l’insorgenza di sintomi, percepiti sia sul piano esistenziale sia sul piano medico. Forse per piacersi bisognerebbe partire dalla capacità immaginativa, immaginare col cuore! Insomma,forse la bellezza più che nell’oggetto è da ricercare nel modo con cui noi vediamo?

Dott. Marco Franceschini

[1] Bolen J.S., 1984, Le dee dentro la donna, Astrolabio, 1991, pg.221.

[2] Hillman J., Psicologia Alchemica, cit., pg. 281.

[3] Jung C.G., Psicologia Analitica, McGuire W. (a cura di), Ed. Magi, Roma, 2003, pg. 29.

 

Depressione. Una letteralizzazione del malumore

depressione-famiglia…il problema è di non prendere in modo letteralistico quei malumori, debolezze e sensi di impotenza. Quando sei in uno stato depressivo, capisci che la depressione appartiene a te e tuttavia non ti identifichi con essa. Vivi la tua vita nella depressione; svolgi il tuo lavoro in compagnia della depressione; non ti paralizza completamente. Può paralizzarti soltanto se sei un maniaco-depressivo. La depressione diventa terribile quando ci si accanisce a uscirne, a dominarla. Di una persona che prendesse alla lettera un’idea diremmo che è paranoide; eppure noi prendiamo i sentimenti come se fossero la nostra unica verità, identificandoci con essi. Insomma, quando entriamo in depressione, la nostra depressione ci appartiene e non possiamo evitare di viverla fino in fondo. Possiamo vivere la nostra giornata secondo uno stile depresso: il ritmo rallenta, c’è tristezza, non si riesce a vedere oltre il proprio orizzonte. Ma si può prendere atto di questi fatti, riconoscerli e andare avanti, migliaia di persone vivono in questo modo. Si può sempre trovare il modo di parlare, a partire dalla depressione, di vedere il mondo attraverso questa prospettiva, di entrare in rapporto con gli altri senza il bisogno di mascherarla. E’ un tale sollievo trovarsi con qualcuno che è capace di vivere nella depressione senza identificarsi totalmente con essa: è un maestro da cui imparare, come sanno essere a volte i vecchi. Con la depressione tocchiamo il fondo e toccare il fondo significa rinunciare all’idea cristiana di resurrezione, della “luce alla fine del tunnel”. Niente più fantasie di luce, ed ecco che la depressione diventa subito meno buia. Se non c’è speranza, non c’è neppure disperazione. Il messaggio di speranza del cristianesimo non fa che rendere più buia la disperazione; è il miglior alleato dell’industria farmaceutica!

(Tratto da J. Hillman)

Conoscere se stessa…abbracciare tutto. L’archetipo Estia.

11150292_10205544483682965_7912944817107544307_nTra i principali archetipi che “governano” la psiche, soprattutto femminile c’è Estia, forse la meno famosa, ma non per questo la meno importante…anzi! Una curiosità è che Estia sembrerebbe essere l’unica dea dell’Olimpo che non è stata coinvolta in guerre o litigi vari. E’ considerata una dea vergine, come Artemide ed Atena, e ricordiamo che nell’antica Grecia il termine ”vergine”, voleva significare anche una donna considerata libera e che non apparteneva a nessun uomo. Estia fa il voto di castità e ciò evita una guerra olimpica, quindi tale rinuncia garantisce la pace. Come a dire che rinunciando all’”intrico” del mondo (olimpico) possa portare la pace interiore e un senso di purezza. Estia diventa la dea del focolare, cioè in termini intrapsichici del “fuoco interiore”, addomesticato se così si può dire, ma anche protetto e alimentato…quanto basta, come insegnano gli antichi alchimisti. D’altronde, solo se il focolare di una casa era stato consacrato ad Estia, questo luogo era considerato sacro, una vera casa. Psicologicamente parlando, vuol dire che ognuno nella propria casa (corpo), deve addomesticare, proteggere e consacrare questo fuoco interiore alla dea del lume interno. Il centro di ogni casa, di ogni tempio, di ogni edificio pubblico era il focolare sacro, a lei dedicato. Quest’archetipo femminile è tanto grandioso e profondo , quanto è raro trovarlo rappresentato, rispetto a tutte le altre dee. Zeus la ricompensa riservandole il primo dono di ogni sacrificio rituale. Estia è una figura che basta a se stessa. La sua attenzione è rivolta all’interno e dà una sensazione di completezza e del poggiare su se stessa. Una donna Estia non si attacca emotivamente alle cose terrene, come ad esempio, le proprietà, gli status simbol, ecc. L’archetipo di Estia, forse è quello che più di tutti rende possibile una libertà interiore. Il fatto che Estia sia l’unica divinità dell’Olimpo non adorata in sembianze umane (ma solo come fuoco e luce) svelerebbe il suo aspetto redento, anche se potenzialmente problematico allo stesso tempo. Quindi Estia non possiede una “persona”, le manca la natura individuale a livello di caratteristiche. Ma cosa potrebbe voler dire? Forse che una donna, che si identifichi con questo archetipo abbia compreso che in fondo tutto è “uno” e che noi tutti proveniamo dalla stessa sorgente, alla quale ritorneremo, e che quindi tutti siedono intorno allo stesso fuoco. Nel linguaggio di Jung, potremmo dire che una donna Estia ha conosciuto il suo se stessa (che appunto abbraccia tutto) superando il suo ego ( che tra l’altro è sostenuto dalle delimitazioni e pregiudizi nei confronti degli altri). In ultima analisi, forse questo archetipo ci insegna (uomini e donne) che la felicità, quella autentica, da non confondere con la gioia, non si trova fuori, sulle strade del mondo, ma soltanto nel proprio cuore. Infine, credo che questo archetipo possa meglio di tutti gli altri, rappresentare simbolicamente la “grazia”, se con questa intendiamo un atteggiamento che sia il risultato di un dialogo armonico tra il fuoco interiore, il cuore e la testa.

Dott. Marco Franceschini

La voce degli inferiores

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“…Noi siamo umani non tanto in virtù delle nostre mete ideali, quanto per il difetto proprio della nostra inferiorità…Una volta ammesso che l’anima parla con la voce degli inferiores, di coloro che sono sottomessi, tenuti in basso e indietro, come i bambini, le donne, gli antenati e i defunti, gli animali, ciò che è debole e ferito, ripugnante e brutto, le ombre giudicate e imprigionate; una volta ammesso questo, il compito di ogni psicoterapia sarà allora quello di rimanere in contatto con questi inferiores, e da essi lasciarsi muovere ” (James Hillman)

La coscienza afroditica…una via verso la conoscenza

veronese_venere In questa opera di Paolo Caliari, detto il Veronese (1585), la bellezza di Venere molto spesso viene rappresentata attraverso il suo guardarsi nello specchio, aiutata dal piccolo Eros. Tale visione o interpretazione, ha spesso confuso l’ipotetico osservatore che ne ha tratto la inevitabile conclusione sull’effimera vanità della Dea. In genere, l’osservatore è convinto che Venere stia osservando il suo riflesso; invece, proprio perché l’osservatore vede il volto di Venere nello specchio, vuol dire che la dea sta  guardando a sua volta l’osservatore medesimo.                                                                    E’ noto che l’effetto Venere è un fenomeno della psicologia della percezione.
Alcuni esempi di tale effetto si ritrovano nei dipinti “Venere e Cupido” di Velázquez, Venere allo specchio di Tiziano e Venere allo specchio del Veronese.
In definitiva,  se la dea ti osserva usando la sua apparente vanità e incontestabile bellezza, se necessita di questa strategia, ciò indicherebbe che la bellezza nasconde il desiderio di conoscenza; in questo  l’amore è il suo complice, (Eros), il quale “riflette”, attraverso il desiderio dell’altro, il proprio bisogno di individuazione e forse anche di conciliazione tra la persona e l’Anima Mundi. Come a dire che senza l’amore e il desiderio dell’altro, non può esserci né bellezza né conoscenza!

Dott. Marco Franceschini