Malattia e incapacità di immaginazione

Mistero3_003Sentiamo e attingiamo la voglia di vivere non  solo grazie alla capacità di concretizzare un qualsivoglia progetto, ma alla capacità di proporsi uno scopo, dal piacere che ogni volta percepiamo nell’immaginare una nuova idea.  Per cui,  se non riusciamo già a provare piacere nell’immaginazione dell’altro, se non immaginiamo col cuore, come si può pretendere di provare piacere in un incontro concreto con la stessa persona e addirittura ad amarla? Vorrei qui sostenere, al di là delle altre letture riportate, che la malattia esprime la nostra parziale incapacità di immaginare con amore. La malattia allora potrebbe esprimere, tra le altre cose, il nostro pregiudizio immaginale, per cui non ci permettiamo il piacere dell’immaginazione. E ciò difficilmente non ha effetti sul concretismo, infatti: “così dentro, così fuori, così in alto così in basso”. Scopo della vita di ogni uomo è quello di realizzare il proprio processo di individuazione ovvero vivere in sintonia con la propria essenza, il proprio Sé. Non è un compito facile ed è per questo che ci vengono incontro le immagini archetipiche, i sintomi, i sogni, per darci delle coordinate, le quali possono essere “personalizzate” in base alla natura dei nostri complessi individuali, in altre parole, in base alle nostre attitudini personali con le quali diamo forma a ciò che facciamo. Ai fini della formazione di una personalità autentica e “affinché l’individuo abbia conoscenza e consapevolezza della preziosità del proprio essere singolare, occorre ciò che Jung ha definito “integrazione dell’Ombra”, il processo di individuazione. A tal fine bisogna, in definitiva, accogliere i processi trasformativi che la psiche, attraverso l’Anima mette in atto autonomamente, traghettandoci da “una relativa inconscietà, ad una maturità, cioè ad una presa di coscienza del proprio destino individuativo”. Ma per accogliere benevolmente tali immagini occorre una capacità immaginativa scevra da pregiudizi e tendenze a letteralizzare le immagini stesse ovvero la tendenza a confondere un immagine con qualcosa di concreto, con qualcosa che si può esprimere solo su un piano fisico e materiale, ciò che in altre parole chiamiamo incapacità di simbolizzare.

Dott. Marco Franceschini

 

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