I ruoli nei giochi di coppia

 

Nonostante la varseparazioneietà delle situazioni, i ruoli fondamentali sono tre: Persecutore, Salvatore, Vittima.
La persona che inizia un gioco parte da uno di questi tre ruoli, ma nella conclusione lo lascia per assumerne un altro.
Il Persecutore: si pone in posizione di superiorità rispetto all’altro, biasimandolo, offendendolo, svalutandolo.
Quando il partner, giunto all’esasperazione lo rifiuta magari interrompendo la relazione, diventa una Vittima, attonita e amareggiata («Cosa ho fatto per meritarmelo!»).
La Vittima: si pone in posizione d’inferiorità, chiedendo continuamente sostegno all’altro.
Quando il partner, stanco delle continue richieste, non soddisfa le sue pretese, diventa un Persecutore, pronto ad attaccare e accusare («Lo sapevo che non potevo contare su di te!»).
Il Salvatore: si prodiga nell’aiutare gli altri, spesso sostituendosi ad essi.
Quando il partner sentendosi soffocato, si allontana o respinge l’aiuto, diventa una Vittima («Non mi merito che mi tratti in questo modo!») o un Persecutore («Con tutto quello che ho fatto per te!»).

Esempi di giochi.  Di seguito sono presentati alcuni giochi psicologici suddivisi in base al ruolo iniziale con cui la persona entra nel meccanismo. Ogni gioco si presenta con moltissime varianti, ma si caratterizza per uno schema comune.
Giochi del Persecutore                                                                                                                                                             “Spalle al muro”: riguarda quelle situazioni in cui due partner decidono di fare qualcosa insieme, come andare al cinema o trascorrere un week end fuori città. Quando tutto è stabilito uno dei due introduce, in modo apparentemente accidentale, un determinato argomento sapendo di irritare l’altro. Segue una lite, alla fine della quale il giocatore si offende comunicando: «Con te non vengo da nessuna parte, se vuoi vai da solo/a!».
“Perché non… Sì ma”: si riferisce a quelle persone che chiedono insistentemente consigli per risolvere un problema, ma ognuno dei suggerimenti forniti («Perché non fai questa cosa?») viene puntualmente rifiutato («Sì ma… questa cosa non è possibile!»).
“Prendetemi a calci”: è tipico di coloro che, come scrive Berne, «sono messi regolarmente alla porta, lasciati dal partner, licenziati sul posto di lavoro». Si tratta di persone che ritengono di avere sempre un giusto motivo per criticare, provocare, colpevolizzare il partner, finché giungono all’unica conclusione possibile: il fallimento del rapporto affettivo.
Giochi della Vittima

“Goffo pasticcione”: riguarda quelle persone che, per maldestrezza, distrazione, avventatezza, provocano danni ai beni materiali del partner. Il danno può riguardare piccole cose (rompere un bicchiere, perdere le chiavi di casa) fino a questioni più sostanziose (fare un investimento sbagliato).
Il pasticcione si prodiga in mille scuse ed è sempre perdonato.
“Gamba di legno”: il giocatore fa leva su una propria incapacità, presunta o reale, al fine di ottenere attenzione e sostegno: «Non posso farcela a fare questa cosa»«Vorrei cambiare ma non ci riesco».
Spesso, è messo in atto da persone che soffrono d’ansia e fobie, ma anche da coloro che si avvalgono di eventi negativi della propria storia personale come giustificazioni per non assumersi responsabilità.
“Se non fosse per te”: consiste nell’accusare il partner di essere stato d’ostacolo nel raggiungimento di qualche meta importante, cui il giocatore ha volontariamente rinunciato («Se non fosse per te… mi sarei laureata/o… avrei accettato quel lavoro importante…»).

 Giochi del Salvatore

“Sto solo cercando di aiutarti”: la persona offre il proprio aiuto al partner, senza che questo ne abbia fatto richiesta. Se l’aiuto è rifiutato, anche con un semplice «No, grazie…», il giocatore si sente incompreso e svalutato nella propria disponibilità: «Volevo solo essere gentile… farti risparmiare tempo…».

“Se non ci fossi io”: è messo in atto da coloro che si prodigano per il partner, sbrigando incombenze, offrendo sostegno, risolvendo tutte le possibili seccature.

Ogni richiesta è esaudita con la compiaciuta convinzione di essere indispensabile: «Come faresti senza di me?».

“Il cavaliere”: è definito da Berne un gioco “buono”, appartenente alla categoria maschile.

Il Cavaliere, di fronte ad una donna che lo attrae, mette in atto un elegante corteggiamento senza superare i limiti, quindi senza approdare a una relazione. La risposta positiva suscitata nell’altro, gratifica l’amor proprio del giocatore.

Le regole del gioco                                                                                                                                                                 Un gioco psicologico, come un qualsiasi gioco sportivo o da tavolo, è governato da regole, rappresentate da sequenze comportamentali. La dinamica può prendere la forma di una discussione o lite apparentemente razionali, ma che tendono a ripetersi con analoghe modalità.
Lo schema del gioco secondo la teoria dell’Analisi Transazionale è il seguente:

Fase di apertura (GANCIO + ANELLO):

Il gancio è la comunicazione con cui s’invita l’altro a giocare, l’anello è la disponibilità dell’interlocutore a partecipare al gioco proposto. Metaforicamente “gancio + anello” rappresenta il processo con cui l’anello si appende al gancio. Prendendo come esempio il gioco: «Perché non… sì ma», la fase di apertura può essere: «Ho bisogno di un tuo consiglio»«Va bene… dimmi…».
Fase centrale (RISPOSTA):

L’interazione prosegue in modo prevedibile e con tempi più o meno lunghi.

Seguendo l’esempio del gioco «Perché non… sì ma», la risposta consiste nella serie di suggerimenti forniti da un partner e respinti dall’altro: «Potresti fare questa cosa…»«Sì… ma… ci sarebbe quest’inconveniente».
Fase finale (SCAMBIO DEI RUOLI + SORPRESA):

L’interazione è improvvisamente interrotta da un colpo di scena, in virtù del quale chi ha iniziato il gioco cambia il proprio ruolo (scambio dei ruoli), segnalando in questo modo la conclusione dello stesso. Nell’esempio citato «Perché non… sì ma», lo scambio dei ruoli concerne il momento in cui la Vittima che ha iniziato il gioco diventa Persecutore, screditando la capacità dell’altro di offrirle l’aiuto richiesto :«Ho capito, non vuoi aiutarmi!».
La sensazione di aver cambiato ruolo provoca nei due partner un momento di sorpresa.
Entrambi, sebbene colgano il ripetersi dell’accaduto, rimangono stupiti chiedendosi «Cosa sta succedendo?».

Conclusione. Al termine del gioco, ciascuno dei giocatori ottiene il suo tornaconto costituito da una “ricompensa psicologica”: procurarsi sostegno, sentirsi riconosciuto, rimarcare la propria superiorità o l’incapacità dell’altro. Ma la vittoria è solo apparente, in quanto è sempre accompagnata da un’emozione spiacevole o da un pensiero negativo («Non sono all’altezza»«Nessuno è capace di aiutarmi»«Non ne posso più…»«Non mi capisce…».

 

Infertilità di coppia

« Ciò che si oppone conviene, e dalle cose che differiscono si genera l’armonia più bella, e tutte le cose nascono secondo gara e contesa. » (Eraclito)

Tra i  motivi perfertilita-coppia cui una donna,  è stressata, uno di questi  risulta essere   la ricerca di un figlio… che non arriva. In genere, le storie di chi sta provando ad avere un figlio sono spesso simili: il loro matrimonio pare sia  felice, la situazione economica stabile, per cui la coppia non ha dubbi sul fatto che, date le premesse, possa essere il momento giusto per fare un figlio. Ma contrariamente alle aspettative,  passano  mesi, anni e il figlio non arriva. A questo punto è facile che si possa generare  un circolo vizioso: lo stress comincia ad aumentare, si fanno tutte le indagini mediche possibili (dalle quali molto spesso non emerge nulla di veramente indicativo ), la coppia va in crisi. Arrivati a questo punto, dopo tutti gli sforzi fatti,  la donna comincia a sentire un senso di impotenza tale che vede minacciata la sua identità di donna e di futura madre, andando in confusione e nel panico. Talvolta la paura di perdere per sempre la maternità e financo il compagno, prende il sopravvento.

Qual è il vero problema? Considerare che fare un figlio è una tappa necessaria e quasi forzata. Tale atteggiamento genera angoscia.

Infatti, è proprio quando assumiamo un atteggiamento troppo volitivo e progettuale, tale da  considerare la vita semplicemente una successione di tappe da superare e realizzare al meglio (a 30 anni un figlio, a 35 la casa al mare, a 40 la promozione sul lavoro…) allora  dentro di noi si mette in moto qualcosa che fa “girare” le cose  in senso contrario. Ciò non è un mistero se prendiamo in considerazione una delle leggi della fisica: l’enantiodromia, dal greco antico ἐναντιοδρομία, composto di enantiosopposto e dromos, corsa) significa letteralmente corsa nell’opposto. Con questo concetto è indicato nella filos
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 di Eraclito il gioco degli opposti nel divenire, cioè la concezione secondo la quale tutto ciò che esiste passa nel suo opposto. Tale concetto appartiene a diversi campi scientifici (fisica, fisica quantistica, psicologia-analitica junghiana, chimica, biologia, filosofia).

Tornando al desiderio di maternità, quando ci si accorge che  ‘non manca nulla’ da un punto di vista economico e sociale,  relazionale e così via, si giunge a considerare che è arrivato il momento giusto per fare un figlio. Così si prova, magari pensando al giorno migliore rispetto all’ovulazione, alla posizione più idonea da un punto di vista anatomico, eppure niente da fare! Della gravidanza nessuna traccia e allora la frustrazione, il senso di impotenza, il disorientamento e talvolta l’angoscia, cominciano a prendere il sopravvento.

Il nocciolo del problema risiede in un atteggiamento mentale  sbagliato!

Quando vediamo che una persona vuole imporre le proprie regole e aspettative sugli altri, allora pensiamo che questa persona sia presuntuosa. Se poi vediamo la stessa persona voler imporre la propria volontà sugli eventi della natura, allora arriviamo a pensare che oltre essere presuntuosa, è anche folle.

A questo punto è bene ricordare, non solo che il concepimento è uno dei misteri più affascinanti  che la natura ci regala,  ma che  concepire un figlio è un evento naturale, ma soprattutto che la natura ha i suoi tempi che possono non coincidere con i tempi della nostra ragione o del nostro “Io”, ovvero con la nostra volontà.  Così, la donna che non riesce a rimanere in cinta, inizia tutta una serie di esami che richiedono sacrifici, sia in termini di tempo, emotivo e di denaro che però, il più delle volte non evidenziano anomalie così importanti. Ma paradossalmente, il fatto stesso di riscontrare esami negativi, genera alla persona, angoscia per il futuro e  rabbia che deriva dal senso di impotenza. Tale rabbia, qualora non trova un canale adeguato, può generare una crisi all’interno della coppia o con le altre persone che fanno parte della propria rete sociale.

Arrivati a questo punto, si entra nel “girone” delle critiche verso se stessi e dei sensi di colpa.

Si comincia allora a pensare che c’è qualcosa che non va anche se non sappiamo cosa e che comunque ci si sente incapaci. Talvolta, all’interno della coppia comincia una lite che prende spunto dai reciproci rimproveri, tra questi, ad esempio, per non aver pensato prima a fare un figlio. In tutto questo la coppia si sta allontanando emotivamente da quella che dovrebbe essere la giusta predisposizione a fare un figlio: la spontaneità,  l’animo sereno e il desiderio! Si, perché volere un figlio non equivale a desiderarlo. La differenza tra volere e desiderare è sostanziale. Il desiderio appartiene all’anima, mentre  la volontà appartiene alla sfera razionale. Detto in altri termini, il desiderio è un fenomeno naturale e la volontà no.

Ma c’è una  soluzione?

Un atteggiamento contraddistinto da eccesiva  razionalità, da un atteggiamento eccessivamente concretistico e logico, unito ad un modo di pensare  consequenziale, dove tutto va  programmato e tenuto sotto controllo, compreso il concepimento, rappresentano i veri nemici di chi vorrebbe avere un figlio. Dobbiamo metterci bene in testa e ricordarci che l’evento della nascita non  dipende da noi, dalla nostra volontà (come già affermato). Al contrario, sempre per la legge dell’enantiodromia,  tanto più rimaniamo ancorati e fermamente convinti che le cose debbano “girare” e accadere secondo la nostra volontà, tanto più la natura si ribella, mettendoci il “bastone fra le ruote”. A tal proposito, gli antichi alchimisti mettevano in guardia l’adepto dal  “non sfidare la veneranda natura” . Forse sarebbe utile riflettere su questa antica saggezza.  Alla luce di ciò, non bisogna continuare ad accanirsi verso un progetto perché risulterà inevitabilmente controproducente. La nostra natura interiore risponde più o meno alle stesse leggi della natura fuori di noi. Secondo le più moderne scoperte della fisica quantistica, il “fenomeno” si presenta laddove il mondo interiore dell’uomo coincide o va in risonanza con il mondo esterno (vedi concetto di sincronicità). In altre parole,  applicando questa importante legge della fisica quantistica e della psicologia junghiana, vuol dire che un figlio arriva quando prendiamo consapevolezza della nostra parte più profonda, quindi più autentica se non quando questi coincidono con la nostra natura più autentica.

La soluzione è dentro di noi: bisogna smettere di combattere e affidarsi alla vita!

Le storie di chi ci è riuscito lo confermano: quasi tutte sono riuscite ad avere un figlio proprio quando hanno smesso di ossessionarsi su questo pensiero, lasciando spazio alla creatività e in modi diversi: scoprendo nuovi interessi, nuovi desideri, nuovi amici, nuove attività. Questo atteggiamento curioso verso la vita, creativo ed esplorativo apre le porte alle novità che la vita può regalare, tra queste, l’arrivo di un figlio.

Dott. Marco Franceschini

Amore oggettuale.

Quando10593220_742544499114728_1351139647793201207_n qualcuno ci desidera, la nostra esperienza soggettiva non coincide più con la nostra individualità,ma con il nostro essere carne e una tale trasformazione avviene attraverso il desiderio. Questa esperienza rappresenta anche un pericolo per l’Io e questo potrebbe spiegare come mai si ha paura di essere oggetto della bramosia dell’altro. “Essere trasformati in oggetto dimostra che un essere umano può dividere la sua vita con noi, significa che qualcuno può farci vivere la sua brama. In fondo, anche nelle condizioni più evolute dell’esistenza psichica c’è un desiderio mai risolto, che probabilmente ha le sue radici genetiche nell’infanzia, di essere considerati degli oggetti, così, come, probabilmente, ci hanno considerato i genitori al momento della nascita. Questo antico richiamo ce lo portiamo dentro. (Carotenuto A., Eros e Pathos).

Cosa vuole l’amante?

“…Chi si accontenterebbe di un amore che si desse come pura fedeltà all’impegno preso? Chi accetterebbe di sentirsi dire: ‘1613856_912043192164857_8696679347811509006_nTi amo,perché mi sono liberamente impegnata ad amarti e perché non voglio contraddirmi.Ti amo per fedeltà a me stessa?’. Così l’amante chiede il giuramento e si irrita del giuramento. Vuole essere amato da una libertà e pretende che questa libertà come libertà non sia più libera. Vuole insieme che la libertà dell’altro si determini da sé a essere amore – e questo, non solo all’inizio dell’avventura, ma a ogni istante – e,insieme, che questa libertà si imprigioni da sé, che ritorni su se stessa, come nella follia,come nel sogno, per volere la sua prigionia. E questa prigionia deve essere insieme rinuncia libera e incatenata nelle nostre mani. Nell’amore,non si desidera nell’altro il determinismo passionale o una libertà fuori portata: ma una libertà che gioca al determinismo passionale e che aderisce al suo gioco. E, per quanto lo riguarda, l’amante non pretende di essere la causa di questa modificazione radicale della libertà , ma di esserne l’occasione unica e privilegiata”.Evidentemente, cosa esige l’amante,secondo Sartre? Non di agire propriamente sulla libertà della sua amata, perché riconosce la libertà dell’altra anzi la desidera. No, l’amante desidera, forse, diventare l’oggetto che delimita il campo di questa libertà, quindi nelle parole di Sartre,vuole essere il”limite oggettivo” di questa libertà, il limite che essa deve accettare per essere libera.
Buona riflessione!
Marco F. (tratto da: J.P. Sartre, L’essere e il nulla)

Voglia di trasformarsi? No, grazie.

cammino

Spesso ci domandiamo perché abbiamo incontrato quella persona, oppure perché abbiamo scelto di frequentare, amare o sposare una persona che alla fine, sentiamo come un nemico da contrastare e gestire quotidianamente. Una persona con la quale, ci rendiamo conto di non poter “mettere le ali”. Tra le possibili risposte, forse il problema risiede nella bassa stima che abbiamo di noi stessi e…la PAURA! Così, attiriamo ripetutamente persone che ci dominano, ci giudicano continuamente, narcisisti e così via. Diamo così inizio ai giochi di potere, laddove inizia un estenuante braccio di ferro tra il sentimento e il potere…il tutto per mendicare una briciola di autostima. Strategicamente ed inconsapevolmente riusciamo, paradossalmente, ad allontanare e ad ignorare tutti coloro che potrebbero avvicinarsi a noi e che potrebbero aiutarci a diventare…. noi stessi!

Dott. Marco Franceschini   

Sulla coppia.L’immortalità dell’immaginazione.

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L’immaginazione produce incessantemente possibilità, che la nostra predisposizione a immaginare riceve ed elabora…Ogni respiro che facciamo lo prendiamo dal cosmo. Inaliamo la sua aria; parliamo con il suo fiato; il suo pneuma è la nostra ispirazione. La parola “cosmo” indica un mondo conformato dall’estetica. “Cosmesi” e “cosmetica”, che derivano dal greco Kòsmos, alludono al significato greco originale, quando la parola rimandava alle vesti delle donne, alla decorazione e agli abbellimenti, a tutto ciò che è idoneo, ordinato, arredato e ben disposto, con connotazioni etiche di proprietà, decenza, onorabilità. L’immaginazione estetica è la modalità primaria di conoscenza del cosmo e il linguaggio estetico il modo più appropriato per formulare il mondo….Le caratteristiche durano sotto forma di immagini…E io posso immaginare uno scopo, per la complessità del pensiero nell’ultima fase: si sta formando una nuova intelligenza, che è necessaria. Ade, il mitico dio del mondo infero, dove vanno le anime dopo la vita e dove esse continuano a esistere come immagini, è stato descritto da Socrate (nel Cratilo) come il dio dall’intelligenza più raffinata. E questo spiega, dice Socrate, come mai le anime non ritornino nel mondo. In compagnia di Ade, è appagato il loro più grande desiderio: poter filosofare in eterno, con intelligenza, in un mondo composto totalmente di immagini… …Se il carattere di una persona è una complessità di immagini, allora per conoscerti devo immaginarti, assorbire le tue immagini. Per mantenermi in contatto con te, devo mantenere un interesse immaginativo non per il processo del nostro rapporto o per i miei sentimenti nei tuoi confronti, ma per le immagini che immagino di te. Il contatto attraverso l’immaginazione produce un’intimità straordinaria. Quando l’immaginazione si concentra intensamente sul carattere dell’altro, l’amore segue presto. Può ben darsi che i rapporti umani traggano beneficio dalla ripetuta esortazione ad amarsi l’un l’altro, ma perché un rapporto continui a vivere, l’amore da solo non basta. Senza l’immaginazione, l’amore ammuffisce in sentimentalismo, dovere, noia. I rapporti falliscono non perché abbiamo smesso di amare, ma perché, prima ancora, abbiamo smesso di immaginare.
Dott. Marco Franceschini (tratto da J. Hillman)